Martedì 2 Febbraio, ore 21.
Presso il Cinema Teatro Boiardo.
Il romanzo di Mary Shelley, “Frankenstein”, nasceva in una notte di tempesta, in un periodo di tempesta, l’Ottocento appena entrato nel Romanticismo, e dal genio di un’autrice in preda ad un amore, anch’esso, di tempesta, quello per Percy B. Shelley, il grande poeta inglese che aveva abbandonato per lei sua moglie e una tranquilla esistenza in Inghilterra. Stefano Massini, ispirandosi al libro di Mary Shelley, ha riscritto il suo “Frankenstein” che vuole essere una creatura, non un mostro, non un aborto, ma la vita nata dalla morte. Il “Frankenstein” di Massini è l’uomo che costruisce la Torre di Babele per avvicinarsi il più possibile a Dio, per scardinarlo, sradicarlo dalle nuvole, prenderne il sopravvento. E’ il riflesso di un uomo che come Icaro vuole sapere, conoscere, andare per vie sconosciute e irrisolte, è un nuovo Prometeo (come nel sottotitolo ripreso da Mary Shelley) intento nella produzione del suo yeti, nella fabbricazione del Golem che spazzerà via la parola morte dal Creato, è Faust, è l’Anticristo.
La creatura che salirà sul palco è un freak nella sua maschera-testa gigantesca di fondo cui presta voce e fattezze, riprodotte e sovrapposte al computer, di Sandro Lombardi, un immenso volto che guarda e scruta. Per pavimento un libro aperto e sfogliato, la vita-processo, sempre in movimento, un work in progress modificabile, costruita grazie alle piccole infinite inezie della vita, le azioni insignificanti delle vite che passano, che sembrano fiocchi di neve che, sciogliendosi si solidificano e si stratificano, andando a sommarsi imprescindibili, necessari e silenziosi. Che cosa siamo in fondo? “Un minuscolo millimetro di neve”. Dalla botola centrale si nasce e si muore; è una vagina rossa che porta la vita, è il camposanto che accoglie la bara, è l’ingresso e la fine, l’inizio e la discesa, un parto e la dipartita. Le tinte sono fosche, cupe, al limite del gotico. Il mostro ha una forte carica intimista e interiore, sembra schiacciato dal peso della responsabilità che si porta appresso attraverso questa nuova vita che gli è stata concessa, “Non ti ho chiesto io di farmi vivere”, e che non vorrebbe percorrere. Non sa chi è e maledice il suo creatore che si è sostituito a Dio donandogli un’altra possibilità senza quei tratti comuni, quelle sembianze terrene per poter esprimere la sua umanità senza cadere nel ridicolo da fenomeno da baraccone, scimmiottando King Kong. Questa ricerca al superamento dei limiti umani è al contempo anche la sconfitta umana resa, proprio quando arriva il successo e la creazione del Frankenstein. Ma non ci si può sostituire al divino, alla Natura, sono un fallimento l’accanimento terapeutico (invocato da Massini anche nella sua “Gabbia III”), è una mattanza la clonazione, e casuale, ma forse no, é il corpo esanime sul lettino da anatomia che assomiglia incredibilmente all’alieno ritrovato nell’Area 51.






